La mia ricerca si fonda su un incessante flusso di associazioni e su intime sinestesie. Saper nulla disprezzare, nulla respingere; saper volgere lo sguardo verso ciò che altri trascurano, dimenticano, abbandonano; saperlo raccogliere, custodire, offrirgli ospitalità e sublimarlo: tali sono le pratiche che definiscono il mio operare.
Cammino nella campagna alla ricerca di materiali, raccogliendo rami, erbe, frammenti di ceramica, foglie di mais, piume d’uccello, nidi di calabroni, crini di cavallo… La mia opera nasce dal gesto della raccolta, pratica ormai troppo dimenticata nella nostra cultura. Nell’osservazione del paesaggio circostante e nell’immaginazione delle sue inattese risorse, ogni elemento viene scelto per la sua forma improbabile, la sua tessitura, la ricchezza della patina, il colore, la fragilità, il simbolismo poetico che reca in sé. Lo strappo della carta orienta la concezione dell’assemblaggio, della sovrapposizione, della sedimentazione, dell’introduzione di elementi colti nella natura — quali la foglia di mais, il crine di cavallo, la carta di calabrone — insieme a tessuti custoditi nel mio scrigno di tesori d’atelier. L’acquerello, con i suoi effetti traslucidi, accompagna tale tecnica e ne dispiega una propria musicalità.
In questa contemplazione della natura e della sua metamorfosi, mi è parso evidente il ricorso allapellicola plastica che avvolge le balle di fieno: insieme rimando alle “Covoni” di Claude Monet e riflessione sul destino di tutti gli elementi dell’“evoluzione” introdotta dall’uomo. Ne scaturiscono installazioni luminose e policrome, animate da riflessi specchianti e riverberi, memoria dei giardini frequentati, del mio ambiente agreste e fiorito, delle visite a giardini di fulgida bellezza, quale quello di Villa Carlotta.
Questi differenti elementi, raccolti per la loro suggestione poetica — come il petalo di rosa: «Leggiadra fanciulla, andiamo a vedere se la rosa, questa mattina, ha dischiuso al sole la sua veste di porpora…» (Pierre de Ronsard) — e introdotti in assemblaggi concepiti, intrecciati e posti in risalto in tre dimensioni, mediante l’uso di materiali quali il vimini per creare costruzioni gracili e aeree, denominate “piédouches”, mi offrono la possibilità di lasciare una traccia, suscitare emozione e riflessione, giocando con le percezioni del visitatore.
Il mio sguardo intende mostrare come gli elementi naturali racchiudano assai più di ciò che si offre immediatamente alla rappresentazione e al pensiero: liberare le cose e la natura dall’incanto che ce le mostra soltanto in superficie, dischiudendo quanto in esse permane segreto e prigioniero, e offrendo al contempo una visione poetica e sottile.
Più della memoria della materia, è la materia stessa ad affascinarmi: la sua consistenza, il suo interno, nella creazione di legami tangibili con l’ambiente. È in questo overtaking dell’oggetto più umile, al di là di se stesso e tuttavia fondato unicamente su ciò che in esso rimane latente, che risiede la forza del mio lavoro. Una liberazione di vita misteriosa, capace di destare la vita propria delle forme e, attraverso esse, di risvegliare l’uomo nella sua interezza: una ricerca dell’emersione delle potenzialità umane affinché l’arte possa manifestarsi, quale interrogazione poetica che evochi non soltanto gli splendori, ma altresì le fragilità del nostro ambiente.
Marc Lager